Il protocollo di Obama
Con un rigurgito di realismo il governo del Canada si è sottratto all’incantesimo di Kyoto, il protocollo ambientale che avrebbe dovuto cambiare il mondo e invece dalle parti di Ottawa ha cambiato soltanto l’economia. In peggio. Il ministro dell’Ambiente, Peter Kent, aveva promesso a un pezzo grosso dell’Onu di non comunicare la decisione del Canada prima della fine della Conferenza sul clima di Durban, così che alla farsa contenutistica non si aggiungesse anche una distrazione politica.
22 AGO 20

New York. Con un rigurgito di realismo il governo del Canada si è sottratto all’incantesimo di Kyoto, il protocollo ambientale che avrebbe dovuto cambiare il mondo e invece dalle parti di Ottawa ha cambiato soltanto l’economia. In peggio. Il ministro dell’Ambiente, Peter Kent, aveva promesso a un pezzo grosso dell’Onu di non comunicare la decisione del Canada prima della fine della Conferenza sul clima di Durban, così che alla farsa contenutistica non si aggiungesse anche una distrazione politica. Appena chiuse le porte dei dialoghi sudafricani, Kent è arrivato al dunque: “Per il Canada Kyoto è il passato. Perciò invochiamo il nostro diritto legale a ritirarci formalmente dal protocollo”, ha detto il ministro. Il Canada era stato uno dei paesi firmatari della prima bozza di Kyoto, quella del 1997, ma nel corso degli anni non è mai riuscito a ottemperare nei fatti agli standard sulle emissioni che lo stato stesso aveva contribuito a vergare. Nonostante il governo conservatore di Stephen Harper scarichi il barile sui predecessori liberal, colpevoli di non aver fatto nessuna riforma per rientrare nei parametri del protocollo, il problema non è squisitamente politico.
Se il Canada non si fosse ritirato sarebbe andato incontro a un bivio in cui entrambe le strade conducevano al disastro economico: se Ottawa avesse messo in cantiere le riforme per aderire a Kyoto sarebbe stata costretta a “scelte irresponsabili” sullo sviluppo industriale; se avesse continuato con la logica della crescita infischiandosene del protocollo avrebbe dovuto pagare multe da miliardi di dollari. Secondo gli studi del ministero dell’Ambiente, per uniformarsi a Kyoto il Canada dovrebbe eliminare tutte le automobili nel 2012, calcolo che mostra quanto sia irragionevole badare alle emissioni quando l’anemica crescita economica ha bisogno semmai dell’aiuto dei nemici giurati di Kyoto: industrie, lavoro, sviluppo. Senza contare che un accordo globale non sottoscritto da Stati Uniti e Cina vale quanto un campionato del mondo senza le prime dieci nazionali del ranking. Tanto per aggiungere un ulteriore tocco surreale, Pechino ora è molto arrabbiata con i canadesi, traditori di Kyoto.
Il Canada è il sesto estrattore di petrolio al mondo e i margini di crescita dell’industria sono aumentati con lo sfruttamento intensivo degli “oil sands”, depositi non convenzionali di petrolio che abbondano nell’Alberta. Sempre nella stessa provincia ogni giorno vengono scoperti circa cento nuovi pozzi tradizionali e il governo di Harper non ha nessuna intenzione di smettere di trivellare. Ma dove non arriva Kyoto, ci si mette Obama. Con un astuto passaggio di deleghe al dipartimento di stato, il presidente americano ha bloccato la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, un tubo di 2.700 chilometri che dovrebbe congiungere il Canada alle coste del Texas. Obama ha rimandato al 2013 – dopo il voto delle presidenziali – la revisione di un’operazione sgradita alla fetta ambientalista e liberal del suo elettorato e che ha alimentato manifestazioni in stile No Tav. Ad Harper tutto questo non è piaciuto affatto: l’oleodotto significa guadagno energetico in futuro e posti di lavoro nell’immediato, il sogno di ogni governante alle prese con la crisi. Il premier ha spiegato il ragionamento alla Casa Bianca. “Dobbiamo valutare l’impatto ambientale”, gli hanno risposto. La realtà è che Obama non ha concluso nulla di quanto aveva promesso sugli standard ambientali, e dare il nulla osta a un mastodontico progetto petrolifero a meno di dieci mesi dalle elezioni significherebbe perdere la già flebile fiducia di un pezzo della sinistra più intransigente. Obama ha intimato agli avversari repubblicani di non “collegare la questione dell’oleodotto ai tagli fiscali per la middle class”, quelli che il presidente vuole estendere. Naturalmente i repubblicani hanno collegato i due dossier e ieri la Camera – in mano al Gop – ha votato un disegno di legge che prevede lo scambio perfetto: noi estendiamo i tagli che la Casa Bianca invoca, voi accettate di sbloccare la costruzione della pipeline. “Gli americani vogliono posti di lavoro”, ha spiegato lo speaker della Camera, John Boehner, facendo eco agli slogan che Obama ha ripetuto domenica nell’intervista con Cbs. Per i democratici è soltanto uno sporco gioco politico. Fra lunari conferenze climatiche e congiure di palazzo emerge la ragionevolezza del Canada, paese preoccupato per la crescita economica che si libera dai lacci di Kyoto e viene subito bloccato dal protocollo elettorale di Obama.
Se il Canada non si fosse ritirato sarebbe andato incontro a un bivio in cui entrambe le strade conducevano al disastro economico: se Ottawa avesse messo in cantiere le riforme per aderire a Kyoto sarebbe stata costretta a “scelte irresponsabili” sullo sviluppo industriale; se avesse continuato con la logica della crescita infischiandosene del protocollo avrebbe dovuto pagare multe da miliardi di dollari. Secondo gli studi del ministero dell’Ambiente, per uniformarsi a Kyoto il Canada dovrebbe eliminare tutte le automobili nel 2012, calcolo che mostra quanto sia irragionevole badare alle emissioni quando l’anemica crescita economica ha bisogno semmai dell’aiuto dei nemici giurati di Kyoto: industrie, lavoro, sviluppo. Senza contare che un accordo globale non sottoscritto da Stati Uniti e Cina vale quanto un campionato del mondo senza le prime dieci nazionali del ranking. Tanto per aggiungere un ulteriore tocco surreale, Pechino ora è molto arrabbiata con i canadesi, traditori di Kyoto.
Il Canada è il sesto estrattore di petrolio al mondo e i margini di crescita dell’industria sono aumentati con lo sfruttamento intensivo degli “oil sands”, depositi non convenzionali di petrolio che abbondano nell’Alberta. Sempre nella stessa provincia ogni giorno vengono scoperti circa cento nuovi pozzi tradizionali e il governo di Harper non ha nessuna intenzione di smettere di trivellare. Ma dove non arriva Kyoto, ci si mette Obama. Con un astuto passaggio di deleghe al dipartimento di stato, il presidente americano ha bloccato la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, un tubo di 2.700 chilometri che dovrebbe congiungere il Canada alle coste del Texas. Obama ha rimandato al 2013 – dopo il voto delle presidenziali – la revisione di un’operazione sgradita alla fetta ambientalista e liberal del suo elettorato e che ha alimentato manifestazioni in stile No Tav. Ad Harper tutto questo non è piaciuto affatto: l’oleodotto significa guadagno energetico in futuro e posti di lavoro nell’immediato, il sogno di ogni governante alle prese con la crisi. Il premier ha spiegato il ragionamento alla Casa Bianca. “Dobbiamo valutare l’impatto ambientale”, gli hanno risposto. La realtà è che Obama non ha concluso nulla di quanto aveva promesso sugli standard ambientali, e dare il nulla osta a un mastodontico progetto petrolifero a meno di dieci mesi dalle elezioni significherebbe perdere la già flebile fiducia di un pezzo della sinistra più intransigente. Obama ha intimato agli avversari repubblicani di non “collegare la questione dell’oleodotto ai tagli fiscali per la middle class”, quelli che il presidente vuole estendere. Naturalmente i repubblicani hanno collegato i due dossier e ieri la Camera – in mano al Gop – ha votato un disegno di legge che prevede lo scambio perfetto: noi estendiamo i tagli che la Casa Bianca invoca, voi accettate di sbloccare la costruzione della pipeline. “Gli americani vogliono posti di lavoro”, ha spiegato lo speaker della Camera, John Boehner, facendo eco agli slogan che Obama ha ripetuto domenica nell’intervista con Cbs. Per i democratici è soltanto uno sporco gioco politico. Fra lunari conferenze climatiche e congiure di palazzo emerge la ragionevolezza del Canada, paese preoccupato per la crescita economica che si libera dai lacci di Kyoto e viene subito bloccato dal protocollo elettorale di Obama.